domenica 10 febbraio 2008


LETTERA A MIO PADRE

Caro papà

In genere quando viene a mancare una persona cara si suol dire che ci ha lasciato per sempre.

Per me invece papà, da quel triste dieci febbraio 1977, non passa giorno che tu non sia più vicino e più vivo che mai, nel mio cuore e nella mia mente.

Come potrei dimenticare la tua dolcezza, la tua bontà, la tua infinita pazienza, la tua mitezza, la tua riservatezza, la tua malinconia, la tua umiltà, la tua generosità, la tua tristezza, la tua gentilezza per non parlare del tuo altruismo e del tuo grande amore per la tua famiglia.

Mio grande papà, io non ti ho mai chiesto se hai amato più noi o la tua arte e prometto che non te lo chiederò mai . So di certo, e mi fa piacere pensare, che" per te" noi figlie siamo state l’espressione più alta della tua creatività.

Per comodità preferisco dividere i miei primi trent’anni, dolcemente vissuti con te, in tre decenni.

Primi dieci anni.

Ricordo questi miei primi dieci anni con molta tenerezza. Solitamente mi accompagnavi e venivi a prendermi a scuola. Sai conservo ancora i disegni raffiguranti animali e fiori che tappezzavano la nostra cucina e così distraendoci finivamo tutte le nostre pappe piacevolmente. Per non parlare degli alberi di Natale alti sino al tetto, che puntualmente addobbavi in una sola notte, con tuoi disegni, pupazzi e decori tutti ideati da te e che hanno reso indimenticabile il risveglio di quei giorni di festa.

A proposito di risvegli ricordo, che anche negli anni successivi, quando al mattino facevo fatica ad alzarmi per andare a scuola, tu riuscivi a svegliarmi dolcemente col fischio del motivo della "Carmen di Bizet". Sicuramente è da lì che cominciò il mio amore per il così detto "bel canto " e la musica in genere. Persino il mio nome è frutto della passione tua e della mamma per la musica lirica ed in modo particolare per l"Adriana Lecouvrer"..

Sai bene papà, che la mamma era cagionevole di salute e tu che nutrivi per lei un grandissimo amore, eri sempre disponibile ad aiutarla e coccolarla. Quando stava male, per risparmiarla ti alzavi prima del solito, ci preparavi la colazione, ci lucidavi le scarpette ecc. ecc.

Ricordo molto bene caro papà, che quando camminavamo per strada, naturalmente mi tenevi per mano e spesso me la stringevi con delicatezza . Anche se non parlavamo molto, per me quelle strette mi facevano sentire al sicuro, protetta e tanto amata da te. Eppure non ci siamo detti il classico "ti voglio bene". Le tue attenzioni per noi tutte, erano più loquaci di qualsiasi parola.

Pur essendo una bambina molto vivace, non ricordo che tu mi abbia mai rimproverata, non ti ho
mai sentito alzare la voce o rivolgerti a noi con tono minaccioso, sgarbato o arrogante.

Eri sempre dolce, comprensivo, persuasivo, riservato e con un grande rispetto per le nostre scelte,
le nostre idee, i nostri amici, orgoglioso di averci come figlie.

Ci hai amato moltissimo.

Caro papà un altro ricordo che spesso mi torna in mente, risale a quando avevo circa dieci anni.
Sai bene che a casa non navigavamo nell’oro. La precaria situazione finanziaria così incerta ti rendeva, (soprattutto per noi bambine) molto triste, ma non per questo veniva offuscato il tuo grande amore per l’arte ed il tuo spirito creativo.

Eri bravissimo a rassicurarci, in fondo eravamo felici lo stesso e sicure che sarebbero arrivati tempi migliori.

Un bel mattino, geniale ed unico papà, per dissipare in me ogni preoccupazione, ed è ancora viva in me la grande sorpresa che ebbi, grazie a te, al mio risveglio, nel ritrovarmi ricoperta con quei grandi biglietti da diecimila lire. Indescrivibile l’immensa gioia che mi regalasti. A quel punto credetti subito che i famosi "tempi migliori" erano arrivati. Finalmente non avremmo più avuto problemi finanziari e per un po’ pensai che quel momento non sarebbe mai finito.


Dieci – Venti anni

In quel periodo papà hai la possibilità di lavorare moltissimo. Realizzi per il Pantheon la lampada votiva per i caduti, per non parlare dei numerosi lavori per un vero amatore d’arte, tuo carissimo amico che purtroppo muore dopo alcuni anni lasciando in te un vuoto incolmabile ed un grande dolore che ti accompagnerà per tutta la vita.

Da lì a poco hai la fortuna di incontrare l’ing. Luciano Fontana che ti permetterà di realizzare "L’annunciazione" l’opera che forse hai sofferto ed amato di più.

Non molto tempo dopo creerai la porticina per tabernacolo, in argento, per la Chiesa Madre di Melilli. Purtroppo in quegli anni, le tue vicende personali diventano sempre più insostenibili. Il tuo abbattimento morale a volte sembra che abbia il sopravvento.

Le preoccupazioni salgono alle stelle, soprattutto quando ti ritrovi ,(come si suol dire), in mezzo ad una strada. Ti pregavo di non amareggiarti: "i nemici non prevarranno" continuavo a ripeterti.
Comunque non hanno soffocato il tuo genio artistico. Anche tu papà come i più grandi hai dovuto sopportare i tuoi detrattori, ma come si sa, in ogni caso hanno contribuito anch’essi e per questo li ringrazio pubblicamente ad accrescere la tua fama.

Come per un Grande Uomo del nostro tempo, anche tu per me sei stato, oltre ad un artista del ferro battuto, un maestro del soffrire e che mi ha fatto scoprire la fecondità del dolore.

In quei giorni di grande dolore, ti sentivo perduto, quando all’improvviso " un Angelo" venuto a conoscenza della tua disperata situazione (il Signor Vittorio Burgio e che Dio lo abbia in gloria) che per te è stato come un figlio, sicuramente indignato e commosso per quanto successoti, (ma anche molto onorato ) ti ospitò nella sua officina che si trovava in Viale Ermocrate, abbastanza distante dalla nostra abitazione.

Avevi allora quasi settanta anni e non c’erano mezzi pubblici, da casa nostra, che ti portassero in quel posto di lavoro. Anche in questo caso il gentilissimo Signor Vittorio ti aiutò tantissimo, infatti veniva a prenderti e riaccompagnati: un vero angelo per te.

Purtroppo lo spazio in quell’officina era pochissimo e per giunta essendoti sistemato all’ingresso del locale, d’inverno il freddo si faceva sentire e nonostante lavoravi coperto con cappotto, sciarpa e cappello spesso ti ammalavi .

Anche questa opportunità per te durò poco, perché quell’officina, per motivi finanziari, fu costretta a chiudere ed anche questa volta sei costretto a fare i "bagattelli" come li chiamavi tu.

Fortunatamente e generosamente, ricevi ospitalità in un’altra officina. Nel frattempo grazie all’aiuto della zia Titì e con grandi sacrifici, noi potemmo completare gli studi ed iniziare una vita lavorativa.

Finalmente per te si prospettava una vita più serena, dal momento che eravamo, economicamente parlando, indipendenti.

Miei Venti – Trent’anni con te

Da lì a qualche anno sostenuto ed incoraggiato da noi, hai la possibilità di potere affittare un locale, tutto per te, in via Pescara.

Nonostante tu avessi quasi settantaquattro anni l’energia, l’entusiasmo e la creatività sono più vivi che mai. E’ di quel periodo la lavorazione dell’opera "Lotta gallo col serpente" e ricordo
che in quell’occasione mi chiedesti: chi pensi vincerà dopo questa lotta? Sicuramente il gallo
risposi! perché indicare il serpente sarebbe stato troppo scontato. Tu mi spiegasti che il gallo riusciva a spuntarla perché con una beccata, accecava il serpente rendendolo inoffensivo.

Oggi, posso dedurre, che quest’opera é un po’ la storia della tua vita e sono sicura, che questa fantasiosa mia versione, ti farà sorridere, ma sono altresì certa che l’accetterai – ascolta:

<>

Sarebbe anche il caso di dire che questo non è altro che il trionfo della giustizia.

Mio dolce papà con il tuo importante messaggio, per il tuo rigoroso impegno morale verso te stesso, verso l’arte e verso l’umanità, con la tua pazienza, con la tua bontà, amore e fedeltà hai arricchito il mondo dell’arte e della cultura. Goditi adesso la tua meritata fama e gloria e stai certo che vivrai per sempre nel cuore e nella mente di tutti coloro che ti amarono e stimarono in vita.
Ciao papà
La tua Adriana.

Supplemento al n° 244 di AD - AD/ANTIQUES & COLLECTORS – Settembre 2001
Arti Decorative
Volonta’ di Ferro
Oltre il Liberty
E il Déco,
la sfida modernista
di Emilio Prazio
Testo di Carlo Fabrizio Carli

La stagione liberty segnò in Italia un’importante affermazione del ferro battuto, come attestano i nomi, ormai famosi di alcuni artisti-artigiani come Alessandro Mazzucotelli e Carlo Rizzarda a Milano, Sante Mingazzi a Bologna.
Meno nota è invece la successiva produzione artistica di ferri battuti, sospesa tra gusto modernista, sia decò che novecentista, e caratterizzata da ricorrenti contaminazioni eclettiche.
Figura esemplare di questa situazione culturale è il siciliano Emilio Prazio (1897 – 1077), "artista e scultore del ferro battuto", al quale la Regione Siciliana, la provincia e il Comune di Siracusa, e altre istituzioni locali, hanno dedicato nel giugno scorso alla Galleria Civica d’Arte Moderna, ex chiesa Montevergini di Siracusa, sotto la direzione scientifica di Rossana Bossaglia, Maria Vittoria Fagotto Berlinghieri, Cettina Pipitone Voza, un’ampia retrospettiva, curata da Paola Barbara Sega Serra Zanetti ed Ettore Sessa.
Prazio nasce a Melilli, in provincia di Siracusa. Figlio d’arte – il padre Sebastiano possedeva un apprezzato laboratorio di ferri battuti – frequenta la Scuola d’Arte a Catania, ma conclude i suoi studi d’Arte di Torino, città dove assolve il servizio militare nel corpo aeronautico. In realtà di impegni marziali Prazio ne svolge ben pochi, impiegato com’è da suoi superiori nella realizzazione di manufatti in ferro battuto, campo in cui si distingue precocemente per la sua abilità.
A lezione dei maestri dell’epoca, da Alessandro Mazzucotelli a Torino
A Ernesto Basile a Palermo
Ma sarebbe un errore trascurare l’importanza nella formazione di Prazio della fase siciliana: all’inizio del secolo l’attività imprenditoriale di Palermo è notevole – basti pensare alle molteplici attività dei Florio -, e, a un certo punto, va perfino delineandosi per il capoluogo siciliano un ruolo di quarto polo industriale italiano. E’ opportuno questa borghesia imprenditoriale ad alimentare a sostenere la sorprendente fioritura liberty, che trova il suo fulcro nella personalità dell’architetto palermitano Ernesto Basile. Questi è un appassionato di ferri battuti, sia di quelli antichi dell’isola,
Un virtuosismo eclettico che voleva superare le barriere convenzionali della moda
Ai quali dedica pubblicazioni assai accurate, che di quelli moderni, da lui stesso ideati, in uno stile modernista teso a superare l’eclettismo storicistico, e molti li inserisce nelle sue architetture.
E’ innegabile che ci sia la lezione di Basile dietro l’attività giovanile di Prazio. Inoltre, quest’ultimo, alla scuola d’Arte di Torino, aveva avuto come insegnante proprio quell’Alessandro Mazzucotelli che era stato, anni prima, il più apprezzato esponente del ferro battuto liberty in Italia. E’ probabilmente grazie alla stima acquistata presso il maestro che Prazio è chiamato nel 1922 a Bologna a dirigere, dopo la morte del titolare, il celebre laboratorio di Sante Mingazzi, che, a cavallo dei due secoli, aveva fatto parte della Gilda di san Francesco e aveva operato nell’ambito delle attività proposte da Aemilia Ars, sorta di laboratorio creato sul modello delle Arts Crafts inglesi, fondata nel 1898 dall’architetto Alfonso Rubbiani.
Il soggiorno bolognese, che dura del 1922 al 1933, riesce per l’artista siciliano realmente fondamentale: vi affina le conoscenze artistiche seguendo corsi presso l’Accademia di Belle Arti , ha modo di introdursi nell’ambiente culturale della città, frequentando artisti come Augusto Sezanne e Achille Casanova. Inizia anche un’attività didattica, insegnando la tecnica del ferro battuto presso la locale Scuola per le Industrie Artistiche. Ma soprattutto attende instancabilmente al suo lavoro, realizzando opere pubbliche per la Casa del fascio bolognese, per l’Accademia Militare di Modena, per il Cimitero della Certosa, oltreché numerosi manufatti di arredo urbano.
Alla guida dapprima del laboratorio Mingazzi e poi di una propria officina, Prazio realizza opere private raffinate e importanti quali Corona in memoria di Cesare Battisti, Portafotografie per Mussolini, Insegna per i biglietti ferroviari, che gli propiziano commissioni da parte di architetti affermati come Giulio Ulisse Arata, autore nel capoluogo emiliano del celebre Littoriale (oggi Stadio Dall’Ara) e della ristrutturazione di Palazzo Fava, l’attuale Museo Civico Medievale, cui Prazio collaborò nella decorazione delle parti in ferro. In particolare sono numerose le opere eseguite da Prazio su richiesta dell’aristocrazia e della borghesia più esigenti della città, e importanti gli incarichi che gli vengono anche dall’estero. Valga come esempio, la Cancellata del coro realizzata per la cattedrale di Zagabria.
Prazio è professionista culturalmente scaltrito: nel 1925 visita a Parigi la celebre Exposition Internationale del Arts Dècoratifs et Industriels Modernes, che lascia nell’artista italiano tracce significative, in direzione di un sintetismo modernista. Significative a questo proposito sono opere come Leoncino, Testina alata, Coppa con serpente, Cavallo con Cani in fuga. Del resto, tre anni più tardi, nel 1928, Prazio sarà premiato, come espositore, a una successiva mostra parigina; come pure, in patria, alle esposizioni di Firenze del 1923 e 26 e del 1927 a Bologna.
Non mancano le lodi dei critici a lui contemporanei. Nel 1925 Ugo Oietti scrive di lui: "Pur giovane per età, ha già una larga produzione dei più svariati lavori artistici, tutti animati da un’impronta personale, originale e caratteristica, sempre con disegno sobrio e corretto."
Nel 1933 Prazio torna in Sicilia, a Siracusa, città che non abbandonerà più fino alla morte, che lo avrebbe colto ottantenne. L’attività prosegue fervidamente. Collabora intensamente con alcuni architetti siciliani, in particolare Francesco Fichera e Salvatore Caronia Roberti, per i cui edifici esegue raffinate cancellate, difendendo dai gusti spesso eclettici e conservatori a oltranza, della committenza le sue scelte novecentiste, come nel caso dei pannelli decorativi eseguiti per il Palazzo degli Studi di Siracusa nel 1934, del Tripode a fiamma perpetua del 54 e di Ragno, realizzato in tarda età, nel 1970.
Per il collezionista
Tra i motivi che rendono pregiati i ferri battuti di Emilio Prazio sono sicuramente la qualità e la rarità sul mercato. La maggior parte dei pezzi appartiene infatti agli eredi, soprattutto ad Adriana Prazio, la figlia, che oggi è la principale fautrice delle varie iniziative tese alla valorizzazione dell’opera del maestro siciliano. Recentemente è stato fondato il Centro Artistico Culturale Emilio Prazio (via dei Servi di Maria 99, Siracusa, tel 0931/714504 – 701453), cui fanno capo vari progetti fra cui importanti mostre previste per il 2002. Altre opere di Prazio sono al Museo Palazzo Bellomo di Siracusa e alla sede della Regione Siciliana a Palermo. Infine le realizzazioni di Bologna, Palermo, Siracusa, Ragusa, Melilli – decori di palazzi, banche, chiese si offrono ancor oggi all'attenzione di chi ami l'antica arte del ferro



Il 10 Febbraio 1997 scompariva Emilio Prazio
Lo scultore siracusano che scelse il metallo per esprimere le sue opere.
di Paolo Giansiracusa
Emilio Prazio, scultore del ferro battuto, nasce a Melilli il 1 giugno del 1897. Si forma alla bottega del padre Sebastiano,,valente maestro del ferro battuto, che gli trasmette, fin dalla tenera età, i segreti della lavorazione dei metalli. Emilio, sebbene giovanissimo, fu incuriosito e coinvolto preferendo agli aspetti tecnici quelli relativi alla modellazione decorativa. Per l’ornato plastico, ottenuto attraverso la fusione o lo sbalzo, spese infatti tutti gli anni del suo apprendistato. Eseguì decori di ogni genere, di varia ispirazione e di diverso stile . E’ in questi anni che per l’esercizio tecnico attinge alle grottesche rinascimentali oppure ai fregi delle cattedrali gotiche o ai festoni di gusto barocco. Le sue prove giovanili sono caratterizzate da decori dal fogliame leggero misto a motivi di carattere zoomorfo.Gli anni della sua formazione coincidono con le manifestazioni artistiche del liberty europeo, stile dal carattere deciso tutto proteso a fare della foglia, del fiore e degli animali sinuosi un nuovo ordine formale ed espressivo.Alla luce dei risultati della lunga carriera, può dirsi con certezza che furono la sua caparbietà e la sua vocazione scultorea a portare all’interno della bottega paterna quell’elevato senso della plastica ornamentale che per tutta la vita accompagnerà il suo lavoro .
Tra il 1907 e il 1915 la sua collaborazione col padre Sebastiano fu intensissima. Dal fuoco e dalla sua energica mano uscirono balconi fioriti di ferro sinuoso a Melilli, a Siracusa, ad Augusta. Abitazioni private, cappelle cimiteriali e chiese si lasciarono avvolgere dal suo segno gentile, dalle sue forme plastiche avvolgenti e leggere.All’attività pratica del laboratorio paterno abbinava lo studio rigoroso delle arti visive nella Scuola d’Arte del capoluogo etneo. Poi lasciò l’Isola per recarsi a Torino dove frequentò il Regio Istituto d’Arte diplomandosi nel 1922 con il massimo dei voti.
Nello stesso anno Prazio si stabilisce a Bologna, dove frequenta la Regia Accademia di Belle Arti e dirige dopo la morte di Mingazzi, famoso maestro del ferro, la sua officina. Nel periodo bolognese Emilio Prazio, le cui capacità artistiche e le doti di scultore del ferro battuto furono ben presto note del Centro Nord d’ Italia, lavora con un’energia inesauribile ed incontenibile entusiasmo, fattori che ancora oggi traspaiono dai suoi decori, dalle sue sculture che riempiono di vita e di espressione poetica abitazioni private, edifici pubblici, strutture cimiteriali sia a Bologna che nel territorio circostante.Un elenco formulato dallo stesso artista, sui lavori eseguiti durante il periodo bolognese dal 1922 al 1932, ci dice nella quantità e nella qualità quante opere questo illustre maestro del liberty europeo riuscì a concepire in brevissimo tempo. Sculture di dimensioni diverse, piccole e grandi, miniature cesellate o monumentali strutture dalla forte resa plastica … tutte pervase da un senso di bellezza inviolata, tutte avvolte da una pelle materica palpitante.Non trascurò mai l’attività espositiva convinto com’era che le mostre servivano a confrontarsi e a dare divulgazione al proprio lavoro. Stimato da Ugo Oietti, fu capo d’arte nel corso straordinario di ferro battuto della regia Scuola per le Industrie Artistiche di Bologna. Rientrato nel 1933 a Siracusa, fino al 1940 lavorò intensamente per edifici pubblici, per palazzi privati, per banche, per chiese; Non c’è edificio siracusano, realizzato nel ventennio, che non abbia almeno un segno della sua presenza, del suo intervento artistico.
All’Ospedale psichiatrico come in quello Sanatoriale, nelle sedi centrali del Banco di Sicilia come nel Palazzo degli Studi, nel Palazzo dell’Amministrazione Provinciale come nei Saloni della Prefettura lasciò il segno indelebile della sue decorazioni artistiche. Oggi, a distanza di tempo, quelle opere , in una società che ha smarrito le conoscenze della tecnica e l’espressione artistica, sembrano manufatti di un titano invincibile, di un domatore del fuoco che sa sposare l’azione energica del braccio alla creatività del pensiero.
L’umanità nuova, quella fiorita negli anni della stagione post moderna, più di altre ne può apprezzare il valore, forse perché ha chiara la consapevolezza che la parabola creativa di Emilio Prazio è irripetibile.Le opere realizzate da Prazio negli anni trenta lasciano il campo del liberty e toccano con solidità di linguaggio l’ambito decorativo del decò. Le forme si fanno più plastiche, le strutture più statiche, i volumi più sintetici. L’artista lascia la sinuosità decorativa e si avventura in percorsi del tutto nuovi dove la sua opera acquista maggiore autonomia, staccandosi dal ruolo di arte applicata.
Negli anni della guerra fu costretto a spegnere la sua forgia e a dedicarsi all’insegnamento. Fu così professore nella Regia Scuola d’Arte di Comiso dove diede corpo ad una delle più importanti officine della lavorazione dei metalli della Sicilia. Rientrò nel capoluogo aretuseo nel 1946. Per lui questi non furono anni facili. Nonostante il lavoro non gli mancasse le difficoltà economiche si facevano sentire. Erano anni di crisi per tutti e certo il disagio economico era ancora più forte per chi aveva fatto dell’arte lo scopo primario della propria esistenza.
Nonostante le preoccupazioni e i disagi lavorò con coraggio e sentimento fino agli ultimi anni della sua vita lasciando in tutte le persone che lo avvicinavano un senso di bontà e di fiducia indimenticabili. Si spense a Siracusa, nel quartiere Acradina, il 10 febbraio del 1977. Del suo lavoro si sono occupati in molti esaminandone lo stile, elencandone le qualità, considerandone gli aspetti tecnici e formali, come dimostrano le critiche di: Ugo Oietti, Giuseppe Arata, Enzo Maganuco, Orazio Nocera, ,Giuseppe Agnello, Enzo Fortuna.
Una ricognizione organica dei suoi lavori, avviata grazie alla sensibilità della figlia Adriana, è stata portata alla conoscenza del vasto pubblico per documentare un periodo della storia locale che è parte fondamentale della storia del Mezzogiorno. Adriana, coinvolgendo studiosi e ricercatori, docenti ed esperti quali: Paolo Giansiracusa , Paola Sega, Ettore Sessa, Alfred Habermann, M.VittoriaFagotto Berlinghieri, ha ricostruito un quadro dei lavori paterni quanto più vicino alla reale consistenza.
Emilio Prazio, da tale ricognizione emerge come uno dei massimi artisti della prima metà del Novecento, autore di un’espressione e di un metodo ingiustamente confinati ai margini dalle arti maggiori.La critica moderna però, in linea con il pensiero dei maggiori intellettuali del Novecento, ha stabilito che il valore dell’opera d’arte non è legato alla sue dimensioni ma alle sue qualità espressive.Pertanto le creazioni in ferro battuto, o quelle ottenute da Emilio Prazio con i metalli cesellati e plasmati, non vanno considerate semplicisticamente come applicazioni decorative di supporto all’architettura, ma come opere capaci di manifestare autonomia espressiva.
Paolo Giansiracusa










sabato 9 febbraio 2008

Omaggio ad Emilio Prazio - ricordo dell'avvocato Picccione

EMILIO PRAZIO - Ricordo dell'avvocato Corrado Piccione

Non sono un critico d’arte. Prendo la parola anzitutto per un testimonianza di amicizia nella quale si addensano ricordi sui quali si proietta l’ombra di una profonda tristezza. Voglio aggiungere che essendo un professionista del diritto nel mio spirito è vivo il significato di un etima profonda ed antica.
Carmen non fu nell’etimo soltanto espressione d’arte – fu anche norma agendi. Esiste una genesi unica di tutte le manifestazioni dello spirito umano nella quale si fondono intuizioni ed emozioni –
Che sono nelle radici espressioni d’arte: A ben riflettere è questa radicalità artistica che si avverte in
livelli esistenziali più alti.
Emilio Prazio artista del ferro battuto non conobbe le ufficialità patinate – anche se non mancano cospicui riconoscimenti. Aveva vivo il pudore dei suoi sentimenti e del suo mondo.
Ha vissuto tutti i momenti della sua vita come esperienza d’arte riflettendo in ogni sua opera preziosi frammenti di una singolare vocazione che non fu estranea alle contraddizioni del suo tempo pur nelle vibrazioni inesauribili di una personalità non ancora interamente decifrata. Il suo itinerario
umano ed artistico da Bologna a Siracusa fu scandito da ritmi evolutivi pur di dispari intensità ma sempre dominati da empiti fortemente universalizzanti.
Il tratto umano era caratterizzato da disarmante semplicità e bontà. Ricordo il mio ultimo incontro con Lui in occasione dei cent’anni del sen. Di Giovanni. Fu l’autore della targa – ricordo, partecipe della emozione collettiva per un avvenimento indimenticabile e consapevole del suo significato nella vita cittadina. Ma soprattutto consapevole della caducità di tutte le vicende umane tristi e liete
che erano in Lui motivo di una perenne malinconia non sempre avvertita da interlocutori superficiali in quanto avvolta di una garbata riservatezza. Aveva intensamente vissuto ed intensamente sofferto – come per gli uomini che lasciano un segno.
Così Lo abbiamo conosciuto ed interpretato. Così Lo ricorderemo per sempre.
La sua arte è stato il prisma conoscitivo della realtà umana – è l’apotesi della sua intelligenza, emozione intuitiva dell’assoluto nella quale credeva: emozione che non è un momento sensoriale o
sentimentale – ma un atto creativo, il più alto del quale l’uomo è capace – nel quale il sogno dell’Artista si confonde con il senso dell’ignoto da raggiungere, da scoprire.
Disse Selopenlauer che nel momento estetico la conoscenza si libera dalla volontà, dalla partecipazione della volontà. E’ davvero la condizione evolutiva lo stato di grazia dell’artista.
Ma pur valido l’insegnamento agostiniano: trascendi te stesso – volgiti al punto in cui viene accesa la luce della ragione.
Questo vale per tutti – il senso vero della vita si conquista quanto si accende il lume della razionalità.
Ma nei veri artisti come Emilio Prazio – vi è un ambito di impenetrabilità le cui frontiere sono inviolabili.
Entro questa frontiera è il mistero dell’artista – in questo mistero possiamo per tratti anche incerti avvertire quel magico fenomeno di ogni vero artista – l’auto-oblio: che poi è la tragicità silenziosa della sua vita che si manifesta nel drammatico rapporto tra l’oblio e memoria.
E’ domandato: ma tutto questo ha un senso? Ha certamente un senso: e il senso vivo e palpitante della vita ossia la tragedia vissuta e sofferta di ogni artista – ma anche di ciascun uomo anche se non sempre con profonda consapevolezza.
Questi pensieri mi ha ispirato la straordinaria avventura artistica e umana di un vero artista, di un grande amico, di un uomo che lascia traccia indelebile nella cultura del nostro tempo.

10 febbraio 1997 scompare lo scultore del ferro Emilio Prazio

Il 10 Febbraio 1997 scompariva Emilio Prazio
Lo scultore siracusano che scelse il metallo per esprimere le sue opere.
di Paolo Giansiracusa
Emilio Prazio, scultore del ferro battuto, nasce a Melilli il 1 giugno del 1897. Si forma alla bottega del padre Sebastiano,,valente maestro del ferro battuto, che gli trasmette, fin dalla tenera età, i segreti della lavorazione dei metalli. Emilio, sebbene giovanissimo, fu incuriosito e coinvolto preferendo agli aspetti tecnici quelli relativi alla modellazione decorativa. Per l’ornato plastico, ottenuto attraverso la fusione o lo sbalzo, spese infatti tutti gli anni del suo apprendistato. Eseguì decori di ogni genere, di varia ispirazione e di diverso stile . E’ in questi anni che per l’esercizio tecnico attinge alle grottesche rinascimentali oppure ai fregi delle cattedrali gotiche o ai festoni di gusto barocco. Le sue prove giovanili sono caratterizzate da decori dal fogliame leggero misto a motivi di carattere zoomorfo.Gli anni della sua formazione coincidono con le manifestazioni artistiche del liberty europeo, stile dal carattere deciso tutto proteso a fare della foglia, del fiore e degli animali sinuosi un nuovo ordine formale ed espressivo.Alla luce dei risultati della lunga carriera, può dirsi con certezza che furono la sua caparbietà e la sua vocazione scultorea a portare all’interno della bottega paterna quell’elevato senso della plastica ornamentale che per tutta la vita accompagnerà il suo lavoro .
Tra il 1907 e il 1915 la sua collaborazione col padre Sebastiano fu intensissima. Dal fuoco e dalla sua energica mano uscirono balconi fioriti di ferro sinuoso a Melilli, a Siracusa, ad Augusta. Abitazioni private, cappelle cimiteriali e chiese si lasciarono avvolgere dal suo segno gentile, dalle sue forme plastiche avvolgenti e leggere.All’attività pratica del laboratorio paterno abbinava lo studio rigoroso delle arti visive nella Scuola d’Arte del capoluogo etneo. Poi lasciò l’Isola per recarsi a Torino dove frequentò il Regio Istituto d’Arte diplomandosi nel 1922 con il massimo dei voti.
Nello stesso anno Prazio si stabilisce a Bologna, dove frequenta la Regia Accademia di Belle Arti e dirige dopo la morte di Mingazzi, famoso maestro del ferro, la sua officina. Nel periodo bolognese Emilio Prazio, le cui capacità artistiche e le doti di scultore del ferro battuto furono ben presto note del Centro Nord d’ Italia, lavora con un’energia inesauribile ed incontenibile entusiasmo, fattori che ancora oggi traspaiono dai suoi decori, dalle sue sculture che riempiono di vita e di espressione poetica abitazioni private, edifici pubblici, strutture cimiteriali sia a Bologna che nel territorio circostante.Un elenco formulato dallo stesso artista, sui lavori eseguiti durante il periodo bolognese dal 1922 al 1932, ci dice nella quantità e nella qualità quante opere questo illustre maestro del liberty europeo riuscì a concepire in brevissimo tempo. Sculture di dimensioni diverse, piccole e grandi, miniature cesellate o monumentali strutture dalla forte resa plastica … tutte pervase da un senso di bellezza inviolata, tutte avvolte da una pelle materica palpitante.Non trascurò mai l’attività espositiva convinto com’era che le mostre servivano a confrontarsi e a dare divulgazione al proprio lavoro. Stimato da Ugo Oietti, fu capo d’arte nel corso straordinario di ferro battuto della regia Scuola per le Industrie Artistiche di Bologna. Rientrato nel 1933 a Siracusa, fino al 1940 lavorò intensamente per edifici pubblici, per palazzi privati, per banche, per chiese; Non c’è edificio siracusano, realizzato nel ventennio, che non abbia almeno un segno della sua presenza, del suo intervento artistico.
All’Ospedale psichiatrico come in quello Sanatoriale, nelle sedi centrali del Banco di Sicilia come nel Palazzo degli Studi, nel Palazzo dell’Amministrazione Provinciale come nei Saloni della Prefettura lasciò il segno indelebile della sue decorazioni artistiche. Oggi, a distanza di tempo, quelle opere , in una società che ha smarrito le conoscenze della tecnica e l’espressione artistica, sembrano manufatti di un titano invincibile, di un domatore del fuoco che sa sposare l’azione energica del braccio alla creatività del pensiero.
L’umanità nuova, quella fiorita negli anni della stagione post moderna, più di altre ne può apprezzare il valore, forse perché ha chiara la consapevolezza che la parabola creativa di Emilio Prazio è irripetibile.Le opere realizzate da Prazio negli anni trenta lasciano il campo del liberty e toccano con solidità di linguaggio l’ambito decorativo del decò. Le forme si fanno più plastiche, le strutture più statiche, i volumi più sintetici. L’artista lascia la sinuosità decorativa e si avventura in percorsi del tutto nuovi dove la sua opera acquista maggiore autonomia, staccandosi dal ruolo di arte applicata.
Negli anni della guerra fu costretto a spegnere la sua forgia e a dedicarsi all’insegnamento. Fu così professore nella Regia Scuola d’Arte di Comiso dove diede corpo ad una delle più importanti officine della lavorazione dei metalli della Sicilia. Rientrò nel capoluogo aretuseo nel 1946. Per lui questi non furono anni facili. Nonostante il lavoro non gli mancasse le difficoltà economiche si facevano sentire. Erano anni di crisi per tutti e certo il disagio economico era ancora più forte per chi aveva fatto dell’arte lo scopo primario della propria esistenza.Nonostante le preoccupazioni e i disagi lavorò con coraggio e sentimento fino agli ultimi anni della sua vita lasciando in tutte le persone che lo avvicinavano un senso di bontà e di fiducia indimenticabili. Si spense a Siracusa, nel quartiere Acradina, il 10 febbraio del 1977. Del suo lavoro si sono occupati in molti esaminandone lo stile, elencandone le qualità, considerandone gli aspetti tecnici e formali, come dimostrano le critiche di: Ugo Oietti, Giuseppe Arata, Enzo Maganuco, Orazio Nocera, ,Giuseppe Agnello, Enzo Fortuna.
Una ricognizione organica dei suoi lavori, avviata grazie alla sensibilità della figlia Adriana, è stata portata alla conoscenza del vasto pubblico per documentare un periodo della storia locale che è parte fondamentale della storia del Mezzogiorno. Adriana, coinvolgendo studiosi e ricercatori, docenti ed esperti quali: Paolo Giansiracusa , Paola Sega, Ettore Sessa, Alfred Habermann, M.VittoriaFagotto Berlinghieri, ha ricostruito un quadro dei lavori paterni quanto più vicino alla reale consistenza.
Emilio Prazio, da tale ricognizione emerge come uno dei massimi artisti della prima metà del Novecento, autore di un’espressione e di un metodo ingiustamente confinati ai margini dalle arti maggiori.La critica moderna però, in linea con il pensiero dei maggiori intellettuali del Novecento, ha stabilito che il valore dell’opera d’arte non è legato alla sue dimensioni ma alle sue qualità espressive.Pertanto le creazioni in ferro battuto, o quelle ottenute da Emilio Prazio con i metalli cesellati e plasmati, non vanno considerate semplicisticamente come applicazioni decorative di supporto all’architettura, ma come opere capaci di manifestare autonomia espressiva.
Paolo Giansiracusa