Supplemento al n° 244 di AD - AD/ANTIQUES & COLLECTORS – Settembre 2001
Arti Decorative
Volonta’ di Ferro
Oltre il Liberty
E il Déco,
la sfida modernista
di Emilio Prazio
Testo di Carlo Fabrizio Carli
La stagione liberty segnò in Italia un’importante affermazione del ferro battuto, come attestano i nomi, ormai famosi di alcuni artisti-artigiani come Alessandro Mazzucotelli e Carlo Rizzarda a Milano, Sante Mingazzi a Bologna.
Meno nota è invece la successiva produzione artistica di ferri battuti, sospesa tra gusto modernista, sia decò che novecentista, e caratterizzata da ricorrenti contaminazioni eclettiche.
Figura esemplare di questa situazione culturale è il siciliano Emilio Prazio (1897 – 1077), "artista e scultore del ferro battuto", al quale la Regione Siciliana, la provincia e il Comune di Siracusa, e altre istituzioni locali, hanno dedicato nel giugno scorso alla Galleria Civica d’Arte Moderna, ex chiesa Montevergini di Siracusa, sotto la direzione scientifica di Rossana Bossaglia, Maria Vittoria Fagotto Berlinghieri, Cettina Pipitone Voza, un’ampia retrospettiva, curata da Paola Barbara Sega Serra Zanetti ed Ettore Sessa.
Prazio nasce a Melilli, in provincia di Siracusa. Figlio d’arte – il padre Sebastiano possedeva un apprezzato laboratorio di ferri battuti – frequenta la Scuola d’Arte a Catania, ma conclude i suoi studi d’Arte di Torino, città dove assolve il servizio militare nel corpo aeronautico. In realtà di impegni marziali Prazio ne svolge ben pochi, impiegato com’è da suoi superiori nella realizzazione di manufatti in ferro battuto, campo in cui si distingue precocemente per la sua abilità.
A lezione dei maestri dell’epoca, da Alessandro Mazzucotelli a Torino
A Ernesto Basile a Palermo
Ma sarebbe un errore trascurare l’importanza nella formazione di Prazio della fase siciliana: all’inizio del secolo l’attività imprenditoriale di Palermo è notevole – basti pensare alle molteplici attività dei Florio -, e, a un certo punto, va perfino delineandosi per il capoluogo siciliano un ruolo di quarto polo industriale italiano. E’ opportuno questa borghesia imprenditoriale ad alimentare a sostenere la sorprendente fioritura liberty, che trova il suo fulcro nella personalità dell’architetto palermitano Ernesto Basile. Questi è un appassionato di ferri battuti, sia di quelli antichi dell’isola,
Un virtuosismo eclettico che voleva superare le barriere convenzionali della moda
Ai quali dedica pubblicazioni assai accurate, che di quelli moderni, da lui stesso ideati, in uno stile modernista teso a superare l’eclettismo storicistico, e molti li inserisce nelle sue architetture.
E’ innegabile che ci sia la lezione di Basile dietro l’attività giovanile di Prazio. Inoltre, quest’ultimo, alla scuola d’Arte di Torino, aveva avuto come insegnante proprio quell’Alessandro Mazzucotelli che era stato, anni prima, il più apprezzato esponente del ferro battuto liberty in Italia. E’ probabilmente grazie alla stima acquistata presso il maestro che Prazio è chiamato nel 1922 a Bologna a dirigere, dopo la morte del titolare, il celebre laboratorio di Sante Mingazzi, che, a cavallo dei due secoli, aveva fatto parte della Gilda di san Francesco e aveva operato nell’ambito delle attività proposte da Aemilia Ars, sorta di laboratorio creato sul modello delle Arts Crafts inglesi, fondata nel 1898 dall’architetto Alfonso Rubbiani.
Il soggiorno bolognese, che dura del 1922 al 1933, riesce per l’artista siciliano realmente fondamentale: vi affina le conoscenze artistiche seguendo corsi presso l’Accademia di Belle Arti , ha modo di introdursi nell’ambiente culturale della città, frequentando artisti come Augusto Sezanne e Achille Casanova. Inizia anche un’attività didattica, insegnando la tecnica del ferro battuto presso la locale Scuola per le Industrie Artistiche. Ma soprattutto attende instancabilmente al suo lavoro, realizzando opere pubbliche per la Casa del fascio bolognese, per l’Accademia Militare di Modena, per il Cimitero della Certosa, oltreché numerosi manufatti di arredo urbano.
Alla guida dapprima del laboratorio Mingazzi e poi di una propria officina, Prazio realizza opere private raffinate e importanti quali Corona in memoria di Cesare Battisti, Portafotografie per Mussolini, Insegna per i biglietti ferroviari, che gli propiziano commissioni da parte di architetti affermati come Giulio Ulisse Arata, autore nel capoluogo emiliano del celebre Littoriale (oggi Stadio Dall’Ara) e della ristrutturazione di Palazzo Fava, l’attuale Museo Civico Medievale, cui Prazio collaborò nella decorazione delle parti in ferro. In particolare sono numerose le opere eseguite da Prazio su richiesta dell’aristocrazia e della borghesia più esigenti della città, e importanti gli incarichi che gli vengono anche dall’estero. Valga come esempio, la Cancellata del coro realizzata per la cattedrale di Zagabria.
Prazio è professionista culturalmente scaltrito: nel 1925 visita a Parigi la celebre Exposition Internationale del Arts Dècoratifs et Industriels Modernes, che lascia nell’artista italiano tracce significative, in direzione di un sintetismo modernista. Significative a questo proposito sono opere come Leoncino, Testina alata, Coppa con serpente, Cavallo con Cani in fuga. Del resto, tre anni più tardi, nel 1928, Prazio sarà premiato, come espositore, a una successiva mostra parigina; come pure, in patria, alle esposizioni di Firenze del 1923 e 26 e del 1927 a Bologna.
Non mancano le lodi dei critici a lui contemporanei. Nel 1925 Ugo Oietti scrive di lui: "Pur giovane per età, ha già una larga produzione dei più svariati lavori artistici, tutti animati da un’impronta personale, originale e caratteristica, sempre con disegno sobrio e corretto."
Nel 1933 Prazio torna in Sicilia, a Siracusa, città che non abbandonerà più fino alla morte, che lo avrebbe colto ottantenne. L’attività prosegue fervidamente. Collabora intensamente con alcuni architetti siciliani, in particolare Francesco Fichera e Salvatore Caronia Roberti, per i cui edifici esegue raffinate cancellate, difendendo dai gusti spesso eclettici e conservatori a oltranza, della committenza le sue scelte novecentiste, come nel caso dei pannelli decorativi eseguiti per il Palazzo degli Studi di Siracusa nel 1934, del Tripode a fiamma perpetua del 54 e di Ragno, realizzato in tarda età, nel 1970.
Per il collezionista
Tra i motivi che rendono pregiati i ferri battuti di Emilio Prazio sono sicuramente la qualità e la rarità sul mercato. La maggior parte dei pezzi appartiene infatti agli eredi, soprattutto ad Adriana Prazio, la figlia, che oggi è la principale fautrice delle varie iniziative tese alla valorizzazione dell’opera del maestro siciliano. Recentemente è stato fondato il Centro Artistico Culturale Emilio Prazio (via dei Servi di Maria 99, Siracusa, tel 0931/714504 – 701453), cui fanno capo vari progetti fra cui importanti mostre previste per il 2002. Altre opere di Prazio sono al Museo Palazzo Bellomo di Siracusa e alla sede della Regione Siciliana a Palermo. Infine le realizzazioni di Bologna, Palermo, Siracusa, Ragusa, Melilli – decori di palazzi, banche, chiese si offrono ancor oggi all'attenzione di chi ami l'antica arte del ferro

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